“Stefano Cucchi era già morto da tre ore, ma il medico di turno provò ugualmente a rianimarlo. Era la notte tra il 21 e il 22 ottobre e il giovane si trovava nel reparto carcerario dell’ospedale Sandro Pertini di Roma”.
Questa è la conclusione dell’inchiesta svolta dalla commissione parlamentare, incaricata di svelare i tanti dubbi rimasti sulla morte di Cucchi.
“Chi ha inferto le lesioni al signor Cucchi; le ragioni di una procedura così anomala per il trasferimento presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini; chi ha la responsabilità di non aver dato corso alle richieste di colloquio formulate dal detenuto, lasciando così quest’ultimo in una condizione psicologica che ha certamente influito sul suo rifiuto di cure; chi ha la responsabilità della mancata identificazione prima dell’exitus di una condizione clinica così grave da mettere a rischio la vita”
Questi, invece, sono quelli che la commissione chiama “questioni ancora irrisolte”.
Praticamente la commissione non ha constatato molto di più della semplice natura del fatto che Stefano Cucchi ERA VIVO quando è stato fermato dalle forze dell’ordine ed una settimana dopo ERA MORTO, senza che i familiari fossero riusciti, anche solo a vederlo, una sola volta.E’ l’inumanità che si fa regola, nelle notizie e nella percezione di esse e che nasce dal malsano livore delle masse, che chiedono “carcere duro” e “pene lunghe”, ignorando, purtroppo, nella maggior parte dei casi, quale sia la reale situazione dei penitenziari italiani, quali siano i numeri delle vittime del carcere. Si trascende il crimine commesso, il responso della giustizia, per tramutare il condannato, o anche solo l’accusato, in bestia da emarginare nella dimensione più lontana dalla vita civile, quella della pena detentiva. L’ignoranza e la disinformazione restano una piaga grave, perché impediscono di rendersi conto che in Italia, sol negli ultimi 10 anni, sono morte più di 1500 PERSONE, di cui più di 1/3 per suicidio. C’è poi da tener conto il criterio schematico con cui il Ministero della Giustizia conteggia i decessi, poiché se un detenuto subisce lesioni gravi, per qualunque motivo, all’interno delle mura del carcere, ma poi cessa di vivere in ambulanza o in ospedale, per il Ministero il fatto non rappresenta una morte in carcere. Amara ipocrisia.
Il 2009 ha visto una vera propria ecatombe nelle carceri italiane. Decessi per suicidi, assistenza sanitaria di pessimo livello, circostanze misteriose ed overdose: morti di cui la cronaca ci avvisa, in tempo per scatenare un’indignazione della durata media di 10 minuti.
Il problema è questo, ci si “costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità” come, amaramente, ci ricordava il più grande dei cantautori italiani, senza analizzare a fondo le enormi problematiche dell’intero sistema penitenziario, in particolar modo nel meridione, le cui carceri, in certi casi, ricordano i racconti dei romanzieri veristi dell’800, per crudezza ed orrore. Occorre considerare il sovraffollamento, dato che il popolo dei detenuti, in Italia, ammonta a 64979 unità, rispetto ad una capacità delle strutture di accoglierne circa 43000, e la situazione va peggiorando. Unitamente a ciò non è superfluo esaminare chi sono i morti di carcere: sono, generalmente, giovani, stranieri o tossicodipendenti, alla prima detenzione, solitamente per reati minori, che entrano in contatto con una realtà alla quale non si può essere preparati in alcun modo, quindi, facilmente diventano soggetti di autolesionismo, fenomeno iperdiffuso; disagi mentali, fino, sempre più spesso, ad un gesto tragico.
E’ il sistema tutto che segue logiche inumane, in senso oggettivo, perché è un apparato punitivo che, quindi, ovviamente, trasforma radicalmente la vita delle persone, troppe volte a causa di trattamenti ai limiti della sopportazione fisica e psicologica da parte delle guardie o delle forze dell’ordine. Ciò non toglie che le responsabilità penali siano sempre personali, certamente, anche quando chi le commette è parte attiva della forza coercitiva statale, ma occorre non correre mai il rischio di recitare l’orribile formula “tutti colpevoli, nessun colpevole” e poi celebrare il solito rito espiatorio dell’epurazione delle “mele marce”, quando sono interi meleti che stanno marcendo.
La responsabilità da parte dello stato dev’essere totale, perché Cucchi, Aldrovandi, Branzino, Lonzi e gli altri sono tutte vittime dello stato, di quando la sua forza coercitiva per definizione, si fà oltremodo repressiva e considerazioni come quelle del ministro La Russa, che all’indomani della morte di Cucchi disse che poteva unicamente testimoniare che le forze dell’ordine si erano comportate correttamente, non sono accettabili. Non è accettabile un corporativismo cieco, caratteristica sempre presente nelle forze dell’ordine, che non accetta di riconoscere responsabilità gravi: nel gennaio 2009 per un solo suicidio in carcere il Ministro della Giustizia polacco si è dovuto dimettere, poiché la vita e la sua tutela non dovrebbe conoscere interessi politici.
L’art. 13 comma 4 Cost. punisce ogni violenza fisica e morale sulle persone, comunque sottoposte a restrizioni di libertà, mentre l’art. 27 prescrive che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso d’umanità. E’ la nostra legge fondamentale. Come al solito, lettera morta.
Deve finire la non accettazione da parte della società degli ex-detenuti che incontrano problemi reali al momento della fine della pena e che devono sottostare alla volontà del “lasciamoli dentro”, di smettere di ritenerli cittadini e come tali possessori di diritti. Tutto questo accade per l’affievolimento dei servizi sociali e l’aumento dei costi anche ad esso imputabili, visto che la giornata di un detenuto in carcere costa dai 100 ai 200 euro, mentre l’affidamento ai servizi sociali solo 5. Questa prima di essere inciviltà è pura incompetenza nell’organizzazione dell’apparato carcerario ed inconsapevolezza che il percorso su cui cammina il potere punitivo statale è complicato e la strada delle vessazioni fisiche può sembrare la più semplice, quando invece è, semplicemente, la più controproducente.
E’ un orrore morire per incapacità ed ignoranza, ma in Italia accade.
Fabio Faini
Federazione giovanile socialista Rimini